giovedì 25 agosto 2016

Zizzania

di Louise Glück

QUI LA VERSIONE ORIGINALE

Qualcosa
viene al mondo indesiderato
invoncando disordine, disordine - 

Se mi odi tanto
non preoccuparti di darmi
un nome: ti serve
un altro insulto
nella tua lingua, un altro
modo di incolpare
una tribù di tutto -

lo sappiamo entrambi
se adori 
un solo dio, ti serve
un solo nemico -

Io non sono il nemico.
Solo un trucco per ignorare
ciò che vedi accadere
proprio qui in questa aiola,
un piccolo paradigma
di fallimento. Uno dei tuoi preziosi fiori
qui muore quasi ogni giorno
e non puoi riposare finché
attacchi la causa, vale a dire
qualsiasi cosa rimanga, qualsiasi cosa sia
per caso più resistente
di quella che ti appassiona -

Non era fatta 
per durare sempre nel mondo reale.
Ma perché ammetterlo quando puoi continuare
a fare come sempre fai,
dolerti e incolpare,
sempre le due cose insieme.

Non mi serve la tua lode
per sopravvivere. Ero qui prima, 
prima che tu fossi qui, prima
che tu abbia mai piantato un giardino.
E sarò qui quando rimarranno solamente
il sole e la luna, e il mare, e il campo largo.

Constituirò il campo.


- Traduzione di Massimo Bacigalupo, con piccole modifiche. 
Dal libro: L'iris selvatico, Giano, 2003





martedì 23 agosto 2016

Unicorni!

Sono reduce dalla visione di I believe in unicorns (2014), un film della californiana Leah Meyerhoff, purtroppo non distribuito in Italia. L'ho scoperto grazie alla serie  Stranger Things - mi sono messa a cercare informazioni su Natalia Dyer che interpreta Nancy Wheeler, ed eccola come protagonista di questo piccolo gioiello, il cui poster è stato disegnato da Julia Pott, artista che seguo da tempo per i suoi animali antropomorfici, scarabocchiati, onirici.


Il film è incentrato sulla sedicenne Davina, un'adolescente che si occupa da sempre della madre affetta da SLA (interpretata dalla madre della regista) e fugge in un mondo alternativo alla realtà, come l'ultimo residuo d'infanzia che si trascina nell'età adulta. Gli unicorni sono il suo potere immaginativo, la fantasia che protegge, il romanticismo, ma sono anche l'ingenuità infantile che verrà sacrificata per crescere. Davina si innamora di Sterling, un punk 'bello e dannato', con cui vive un'avventura allontanandosi per alcuni giorni da casa. Entrambi vulnerabili, non è mai del tutto chiaro chi sia il drago e chi l'unicorno, o se i due animali non siano che aspetti di Davina: creatura magica e cacciatrice spietata di se stessa.  


C'è quel desiderio di molte adolescenze di trasformare l'amore in una fiaba, di essere unici e straordinari in un mondo normale e ottuso; vestirsi dei propri sentimenti come abiti sdruciti, strampalati, armature improbabili contro gli adulti che non sanno più cosa sia l'assoluto. 
E ci cattura lo sguardo di pezza dell'unicorno in stop-motion dei sogni di Davina, l'unicorno che non si può domare, che è la sete infinita di fiducia e sorpresa.


Restando in tema "unicorni", qui sotto c'è una mini-playlist i cinque canzoni a loro dedicata -

She was born to be my unicorn dei Tyrannosaurus Rex




I was born a unicorn degli Unicorns (anche nel film!)



The Unicorn song degli Irish Rovers



Dance of the Unicorn dei Citizen Cain



e ancora Marc Bolan che delira e trascina in Unicorn Horn



Ultima perla il film animato nella versione originale del 1982, tratto dal romanzo L'ultimo unicorno di Peter S. Beagle:




lunedì 1 agosto 2016

Se vado in un mondo di sogno


Se vado in un mondo di sogno
mi cullo in un mare di legno
in un letto di tela di ragno
chiudo la notte in un pegno
sul mio occhio bambino –

ogni tesoro nascosto
ritorna vicino.


lunedì 25 luglio 2016

Lo Spirito del Bosco e Piccolo Calendario Estivo tra Isole e Montagne


con Cecilia nel bosco del Volotto
Sono reduce da un fine settimana intensissimo durante il quale io e Cecilia Lattari abbiamo condotto un laboratorio a Torri, il mio paese paterno, intitolato LO SPIRITO DEL BOSCO. Tarocchi, erbe, poesie, camminate nell'abetaia e nei castagneti, racconti notturni, condivisione e una splendida ospitalità da parte del Rifugio La Cà e del Circolo del paese hanno reso quest'avventura speciale, ricordandoci la necessità di stare assieme in modo pacifico, parlando ed esplorando l'anima, ritrovandola nei luoghi. Un'esperienza che vogliamo sicuramente ripetere nell'autunno sulle nostre montagne.
QUI si possono vedere alcune foto, molte delle quali scattate nel bosco del Volotto.

Venerdì 29 luglio alle 18.30 sarò invece al Bar Cipolla in Piazza del Popolo a Rio nell'Elba all' interno dell'Elbabook Festival, per presentare l'anteprima di 'Sorgenti che sanno'. Acque, specchi, incantesimi, curato da Cristina Babino e me,che uscirà ufficialmente a settembre per La Biblioteca dei Libri Perduti.
Il libro nasce dall'esperienza del blog, ora sito, Fiabe, grazie all'interessamento e al grande lavoro di Anna Castellari che ringrazio di cuore.



E dopo questa incursione marina tornano le avventure in montagna! La prima settimana d'agosto c'è infatti il Festival di Poesia e Musica più bello che c'è:L'importanza di essere piccoli, giunto alla sue sesta edizione.
Martedì 2 agosto, nel borgo di Tresana alle 18.30 presenteremo l'antologia Un Ponte Gettato sul Mare, realizzata dal festival di poesia sardo Cabudanne de sos poetas di Seneghe e nata da un'esperienza laboratoriale nei centri psichiatrici della provincia di Oristano a cura di Azzurra D'Agostino e mia.



Sempre ad agosto e ancora in montagna grazie alla volontà di Luca Buonaguidi, ci sarà questo festival, Un tempo lento, a Spedaletto (Pistoia). Io leggo l'8 agosto alle 19.00 e insieme a me c'è la brava cantautrice folk Silvia Vettori.

Seguite i link, date un'occhiata ai programmi, partecipate alla magia dei monti, delle poesie, della musica così donata. Non ve ne pentirete. Parola di volpe.

lunedì 18 luglio 2016

Altri Animali: nuova recensione al mio romanzo

Mi riaffaccio dalle vacanze in Maremma, sprofondata fra tanti libri che da tempo dovevo leggere, per segnalare questa recensione di Leonardo Neri a Tutti gli altri. Esce su un blog che si chiama Altri Animali: direi che meglio di così non mi poteva andare, e coglie alcuni punti importanti, la centralità della morte, la circolarità di questo (strano) romanzo, il fatto che la "fine" non può mai essere come la si è programmata. Ecco il link:

mercoledì 29 giugno 2016

Volare sulla schiena del fiume. Note a margine de La città incantata di Hayao Miyazaki

Tempo fa ho scritto queste prose su uno dei miei film preferiti. Mentre le scrivevo capivo che erano la mia ode all'infanzia.



due città

Due città, due mondi. Uno dove tutto è in superficie: le case che sfilano dall’auto stanno sicure, immote negli anni. Un altro dove l’acqua si alza notturna sotto i pontili, porta navi cariche di spiriti. Uno dove si procede tirandosi dietro inconsapevoli la rete del passato, l’altro dove si perde il nome e l’identità e perdere è non toccare più un corpo nella forma conosciuta. Due città che potrebbero essere la stessa, circondata dal bosco dove si ammucchiano piccole case di pietra, altari votivi. Un fischio di vento le separa, l’inganno fragile, opaco come un muro di cartapesta, che non esista altro da vedere oltre il presente.
( Cosa vuol dire riconoscere? Come può l’acqua del mondo filtrarsi in me, scorrere dalla mia solitudine al tuo cibo, al te?)

l’apprendista

Nel paese dove si indossa l’anima la bambina deve lasciare il segno volatile del nome, tenerlo indecifrabile in un talismano. Nel paese dove si indossa l’anima è proibito approfittare dei doni – solo ciò che è offerto può nutrire, renderci sostanza. La bambina è nella storia ora, tra animali parlanti, creature grottesche, vecchie maghe avide e tutto è rovesciato:  coloro che avrebbero dovuto proteggerla sono privati dell’aspetto e del linguaggio a causa dell’ingordigia degli adulti – coloro che non sanno più intuitivamente rispettare i segreti – il suo restare è affidato ad un estraneo o qualcuno affiorato da un luogo lontanissimo della conoscenza. La bambina scende nelle caldaie del palazzo, nel fuoco dove si forgia il lavorio del tempo. Un uomo-ragno controlla la fornace, la trama della fiamma che scalda e asciuga. Tutto qui ha occhi, perfino la fuliggine che dorme nei buchi. La bambina abbandona i vestiti, solleva un pezzo nero di materia, la leggerezza faticosa dell’essere nessuno. Essere solo ciò che possiamo fare, un gesto, una pazienza. Lo spossessamento è il suo apprendistato.

assenze

Dentro il palazzo le stanze si moltiplicano - scale, porte, corridoi. Fuori crescono i frutti minuscoli della nostra salvezza. Bacche, mirtilli. Dentro il palazzo pensiamo che il nostro immaginario non ha fine o approdo l’attesa, soluzione la ricerca, destino la ricchezza dei suoi ospiti. Si dorme sulle assi e le finestre sono pitture del mondo all’esterno. Cosa succede agli oggetti riposti nei cassetti, alle pareti quando le abbandoniamo? Chi cammina senza la paura, addomesticato, sui pavimenti vuoti? Ora la pittura prende respiro, è un ritmo sui vetri. Piove incessantemente dal mattino.

ospiti misteriosi

Chi non ha volto non ha l’occhio per sentire la distanza. Il suo demone è la fame dell’altro, lo avvicina maldestro, confonde il contatto con la  conoscenza. Chi non ha volto non ama, ma desidera, vive da sempre la mancanza del suo nome. Si ingigantisce come un sacco scuro degli alimenti, persone che divora, ma non distingue i contorni, la specie di ciò che contiene. Senza volto terrorizza perché lui stesso non può descriversi, può volere solamente, senza soddisfazione. La bambina non lo teme: per un attimo sono uguali, abitano la debolezza e lo smarrimento. Senza volto non può offrirsi, ma vorrebbe, sbaglia ogni sua gentilezza. La bambina ha imparato che ogni ospite è un corpo apparente – deve ascoltarne il silenzio per capire. Oppure andare a fondo, dentro il fango, il ferrovecchio, il ciarpame, l’odore insopportabile che si attacca all’acqua scrosciante della vasca, al tatto. Avere il coraggio di afferrare, lavare le ferite che altri esseri umani infliggono alle cose naturali. Sotto le croste e la sporcizia c’è uno spirito di fiume. Come ritorna libera la sua trasparenza. Sotto la nostra fame materiale c’è l’acqua preziosa dell’eredità. Recuperare la memoria è fare pulizia.
  
fondo di palude

Quando noi ci amiamo ti trasformi in qualcosa che non posso trattenere. Ogni volta che sono stata bambina ho amato solo genti fantastiche, che parlavano lingue animali, che sapevano di nuvola e pericolo ed esplorazione. Mentre sono nel sogno tu mi stai nel sangue come terra, come luce toccata sott’acqua. Se tu sanguini e non hai pace io non posso che farmi più piccola, partire come tornando a casa, ed è tutto un biglietto di sola andata, questo poter ricordare, le mie mani, i tuoi denti, l’ossatura di carta del cielo, lo sprofondare di bosco e acquitrino. Chi dice che la palude è oscura non sa che è anche incolta e meravigliosa – intatta e come te sconosciuta. Mia protezione. O mio mondo infantile.

uguaglianza

Le cose stanno dentro la pioggia che è discesa, si estende in una pianura azzurra, solcata dalla ferrovia. Nei vagoni del treno non ci sono compagni, ma tracce di tutte le vite che non potremo attraversare, il paesaggio è senza interruzione, ci raccoglie nel rumore del pensiero. Le differenze sono onde che scompaiono calme tra le ruote, io non so più cosa è lontano né dove sia ieri, così arroccato e saldo. La bambina non sa dove riprenderà a camminare. Ogni viaggio è uguale all’ultimo, se ne esce come da un involucro, come scostando piano trame di se stessi dal futuro. Non so mai dove sei in quest’oceano della mia essenza - nella casa dal tetto di paglia appena superata, nel passeggero che scende con stanchezza, nella luminescenza che viene dal fuori nella notte. Se ti amo, quale parte amo di me. Come scelgo di sporgermi dall’acqua.

casa

Nonna, ho sempre creduto che tu abitassi qui, dove ci si ferma, non si può più oltrepassare. Che questa storia fosse quella che venivi tessendo, che mettevi nella tazza del tè nelle sere d’autunno. Che il sentiero della tua soglia portasse al conforto, alla restituzione. Nonna, in un tratto nel quale siamo ancora insieme e tutto non è più di pochi fili intrecciati, di nomi che si conservano anche se cambiano le fisionomie, le dimensioni. Ho camminato fino a te, ho volato nel fiume della lentezza, del dolore, della maturazione, come aggrappandomi alla schiena di un drago docile e temerario. E questo avviene in sogno, e dal sogno ne tengo il sapore negli oggetti, negli elementi minerali, la fiamma del camino, la pietra del suolo, l’aria che non mi trascina, ma sospende sul luogo dove divento ciò che sono. La bambina si sveglia e non ha perso niente di coloro che ama. Sa che ogni mondo è vero.

domenica 19 giugno 2016

Festa di Mezza Estate a Santomoro

Questo giugno è ballerino e piovoso, ma noi non ci perdiamo d'animo e DOMENICA 26 GIUGNO ci sarà la Festa di Mezza Estate Santomoro, a Pistoia. Molte sono le sorprese che stiamo preparando: inaugureremo la bella mostra fotografica di Jacopo Ferri, nostro compaesano, sui luoghi in abbandono della montagna pistoiese; ci accompagnerà con la musica il Collettivo Folcloristico Montano; ci saranno le bolle di sapone giganti, giochi e balli per bambini; cibarie per tutti e il nostro Mercatino! Artigianato, bigiotteria, vinili, fumetti, miele, sedie impagliate, creazioni e curiosità...
Io mi sono improvvisata artigiana di candele, grazie al laboratorio che nell'autunno scorso abbiamo fatto al Centro Sociale con Cecilia Lattari per imparare a fare candele ecologiche, usando la cera di soia. E mentre mi trovo nel mezzo della Scozia sto raccogliendo fiori e magie per altri piccoli oggetti. 
Quindi non predente altri 
impegni! Salite in collina, venite a trovarci, curiosate, guardate, comprate, divertitevi - che qua vicino ai boschi si sta bene.

Le lucciole, i giardini, le fate

le case un po' magiche e un po' abbandonate

le piccole storie del nostro paese

bolle di sapone e altre sorprese

il mercatino, le fotografie

musica allegra in tutte le vie

giocate, cantate, ballate

venite alla Festa di Mezza Estate!



lunedì 6 giugno 2016

Estate a Torri; eventi a Santomoro - fermento tra collina e montagna!

Come ogni anno è uscito il giornalino delle attività estive del 
paese di Torri. 
Si trova in giro per Pistoia ed è gratuito, ma si può anche sfogliare virtualmente QUI.
C'è una mia minuscola fiaba su un bosco speciale, un vecchio cane e una misteriosa trasformazione, seguita dalle poesie di Alfano, l'abitante più anziano e illustre della frazione La Ciliegia. 

Nel frattemo questo giugno santomorino è ricco di avvenimenti da non perdere! 
Sulla pagina facebook si possono trovare gli eventi e le informazioni, ma riassumendo:

Giovedì 9 giugno, ore 21.00
Presentazione del libro della scrittrice Alessandra Bruni Madame Tibet, biografia di Alexandra David Néel, prima europea a raggiungere Lhasa all’inizio del Novecento. Con proiezioni e in collaborazione con la libreria Fahrenheit 451.
Presso il Centro Sociale.

Domenica 12 giugno
Strasantomoro. Raduno al Centro Sociale alle 7.30. Partenza alle 9.00

Domenica 26 giugno Festa di Mezza Estate.

PUNTO DI RISTORO: Centro Sociale.
PUNTI MERCATINO: Borgo e Piazza della chiesa
Ore 9.00 Ritrovo al Circolo e partenza per visita al Cippo della Serrantona
Ore 16.00 INIZIO della Festa: presso il Centro Sociale. Inaugurazione  della mostra di fotografia di Jacopo Ferri, E me ne voglio anda' da 'sta montagna.
Ore 16.30 Incontro pubblico sulla attività del Centro Sociale, passate e future.
Ore 17.30 Apertura Mercatino.
Ore 18.30 Attività per i bambini in Piazza.
Ore 19.30 Musica: Collettivo Folcloristico della Montagna.

Dal tramonto: installazione poetica negli orti del Borgo: "Sono tornate le lucciole".

sabato 28 maggio 2016

Nota critica ad Acquabuia su Poetarum Silva

Segnalo a questo link una lettura del mio ultimo libro di poesia (con una selezione di testi), apparsa ieri su Poetarum Silva. Grazie a Pier Francesco De Iulio!

mercoledì 11 maggio 2016

Alice nel Paese delle Meraviglie: un'Avventura in Libreria

Allora, domani accade questo a Pistoia. Io mi sto preparando a un pigiama party perché so che potremmo parlare di Alice per ore! Ma cercheremo di contenerci. Ho dei compagni d'avventura d'eccezione: l'istituzione delle edicole pistoiesi, Igor  Beneforti, la meravigliosa traduttrice Anna Rusconi e i librai!
Troverete -
tè e infusi (ma anche birra per Stregatti)
strane visioni e oggetti
parole e segreti
calze a righe ideali o reali
e forse ... qualche testa!



mercoledì 4 maggio 2016

Territori, poesia, istituzioni: quindici anni di resistenza (dal numero 1 del gornale Palomar)

Pubblico integralmente il mio scritto per il primo numero (gennaio-febbraio 2016) del giornale  dell'Associazione Palomar. In attesa di Pistoia Capitale della Cultura 2017, mi pare opportuno.

L’8 luglio 2015 presso Villa Stonorov ha aperto i lavori del convegno Palomar e la città l’incontro seminariale: “Crescere ai margini: la poesia, i territori, l’ascolto negli anni zero. Quindici anni di resistenza tra l’Appennino Bolognese, Pistoia e Firenze”. Coinvolti alcuni curatori di importanti manifestazioni legati alla poesia sul territorio: Vittorio Biagini (Associazione Laboratorio Nuova Buonarroti, Firenze), direttore di Voci lontane, voci sorelle, festival fiorentino di portata internazionale, di cui si è svolta questo settembre la tredicesima edizione; Daria Balducelli curatrice insieme ad Azzurra D’Agostino (Associazione Sassiscritti, Porretta Terme) del festival appenninico di poesia e canzone d’autore L’importanza di essere piccoli, quest’agosto alla sua quinta edizione e da due anni presente anche nel comune di Pistoia per una data al Castagno; me medesima, in qualità di ideatrice del piccolo festival di poesie, Perché tale è la mia natura, che si è svolto per due edizioni a giugno, presso il circolo Arci Le Fornaci a Pistoia; Nicola Ruganti, moderatore e presidente di Palomar, l’Assessore alla Cultura Elena Becheri e la Presidente della Commissione Cultura del Comune di Pistoia, Rosalia Billero.
I territori interessati sono vicini geograficamente e culturalmente e i festival e le iniziative promosse dagli operatori, che sono spesso poeti loro stessi, vanno a formare un calendario di appuntamenti estivi, con varie anticipazioni, iniziative collaterali, laboratori di lettura e scrittura durante il resto dell’anno. C’è inoltre una comunanza di intenti e di sentimento: la comunità assente, che non riescono a intercettare né a ricreare istituzioni attente per lo più ai dati numerici, ai grandi eventi e non al lavoro di ricerca, al valore sovversivo del gesto artistico e dunque alla naturale vocazione minoritaria delle arti tanto più sono autentiche, rinasce nei contatti e nella stima reciproca di chi si impegna per portare la parola nell’esperienza dei luoghi, dei lettori e dei curiosi, della gente di quartiere, delle realtà periferiche. Siamo lontani dai salotti patinati, da un’idea elitaria della letteratura o meglio se alla fine non sono certo le masse a essere raggiunte, ma un gruppo di individui, più o meno vasto, che inizia a camminare in quel bosco potente e ignoto del linguaggio, questo non è affatto composto da addetti ai lavori, ma da un’insieme imprevedibile di esseri umani che hanno sete, anche se magari non lo sanno, di vedere il mondo attraverso altri occhi, di commuoversi, magari, per il mondo non più tanto banale eppure semplicissimo, in cui si trovano a vivere. Anzi si potrebbe rimanere sorpresi da quanti pochi docenti scolastici, accademici, per non nominare gli impiegati dei vari uffici cultura e simili facciano capolino.  
Perché la poesia, perché portarla nei territori con la grande fatica di un lavoro quasi sempre poco retribuito, se non addirittura volontario? Il lavoro culturale infatti è caratterizzato dal costante precariato, da stipendi inesistenti o ridicoli, a meno che non si sia appresa bene la lezione italiana accodandosi al professore giusto, magari accettando di chiudersi fuori dal mondo dei vivi dentro le teorie senza piedi, chiudendosi perfino fuori dal mondo di quei libri che ridono e piangono e si concedono perfino di errare, perché si mescolano con le traversie dell’esistenza di ognuno, scrittrice, lettore, passante. Si continua non certo per dimostrare o aspettarsi qualcosa dagli enti che, nel migliore dei casi, assumono un atteggiamento assistenziale o celebrativo, non comprendendo che a nessuno di noi interessa sentirsi dire quanto è bravo – ci interessa, come a ogni essere umano, poter lavorare e lavorare bene, condividendo quanto sappiamo fare. Piuttosto il senso di quanto viene fatto sta proprio nell’ineluttabilità della poesia o delle poesie, declinandola in infinite varianti, in quella natura a cui non ci si può sottrarre, come ho cercato di mostrare con il titolo della mia rassegna pistoiese, esattamente come non si può smettere di respirare. Il senso sta anche in quel bisogno sempre più chiaro di condivisione, di quel particolare nutrimento che aumenta se aumentano i conviviali, che si rinnova nell’immaginazione, nelle terre dell’arte, ricordandoci che tutti e cinque i nostri sensi sono doppi: annusiamo, assaggiamo, tocchiamo, ascoltiamo, vediamo con il cuore oltre che con gli organi preposti dei nostri corpi. E l’intelligenza del cuore va costantemente allenata alla curiosità come all’attesa di una parola diversa che tiri fuori la meraviglia dalla bruttura. Quello che accade quando una persona come noi cerca sostegno economico e appoggio presso gli enti di questo paese sciagurato, è spesso umiliante: ci si aspetta con qualche illusione di essere accolti e di poter strutturare progetti per il bene comune, si trovano tempi di attesa ridicoli, l’ignoranza supponente di chi magari un posto fisso statale ce l’ha e non può perdersi dietro ai pazzi; o peggio si trovano parole sciocche e condiscendenti di direttori, dirigenti, amministratori che hanno davvero confuso gli organi di senso e le loro funzioni. Più rari sono gli esempi di istituzioni attente e solidali, e in quei casi le economie sono sempre scarse. E tuttavia accanto a questo scenario poco rassicurante nel tempo abbiamo imparato a riconoscerne un altro, fatto di comunissime persone - abitanti di frazioni montane e collinari, tagliati fuori per età o locazione dai contesti urbani; ragazze e ragazzi che per loro conto hanno voglia di leggere e scrivere ben oltre i compiti scolastici e sanno che nei libri ci sono persone in carne e ossa, alleati, avversari, guaritori; individui che per caso capitano ad ascoltare una poesia e poi non sanno più farne a meno, perché le parole erano strane e il luogo bello, perché, parafrasando quanto pochi giorni fa mi ha detto una compaesana, la stanchezza e le difficoltà della vita non si alleviano andando a dormire, ma provando a raccontarci qualcosa di nuovo prima di prendere sonno.
Conosco molto bene le persone invitate al tavolo, alcune sono tra le mie amicizie più care e leggo le loro poesie con la gioia di incontrare qualcosa di mio che credevo perduto, ad altri devo l’esordio nel panorama letterario e il preziosissimo primo insegnamento per cui i veri maestri sono coloro che ti permettono di prenderti tutta la responsabilità dei tuoi dubbi come delle tue scoperte, che non mettono su un broncio stizzoso quando lasci il nido. Conosco soprattutto il desiderio di apertura e le capacità di gente come Vittorio, Azzurra, Daria. Tutti noi vorremmo che questo primo momento estivo fosse solo l’inizio di un processo di emersione di quanto già esiste: un dialogo costante, attraverso le pagine scritte e attraverso le voci, dentro cui nessuno parla più forte di un altro e dove il territorio non è frutto di una delimitazione geopolitica, ma il posto segreto in cui ci avventuriamo riscoprendolo luogo d’origine e d’approdo, una casa con le porte aperte che dà sulle nostre montagne come sulle vie urbane. Tuttavia per non perdere l’entusiasmo occorre quel minimo di risorse per sopravvivere, e per dire casa un luogo occorre sapere che sei accolta, altrimenti vai altrove. L’augurio è che il nostro altrove inizi proprio dove si è deciso di tornare o dove da sempre con coraggio ci si inventa una vita.


Francesca Matteoni, Santomoro, novembre 2015

domenica 17 aprile 2016

In giro: Santomoro, Serrantona, Ponzano

Madonna delle Sette Spade o dei Sette Dolori, Cassero


Dalla Riola, vista su Valdibure

Serrantona

Ponzano con panchina deserta

verso casa

martedì 12 aprile 2016

Folletti e A pietre rovesciate

Oggi esce su Nazione Indiana la mia recensione al romanzo di Mauro Tetti, A pietre rovesciate, appena pubblicato da Tunué. La si può leggere QUI.

Mentre su 404FileNotFound continua il Sublime Simposio del Potere (2) con i miei folletti!
Li trovate QUI.

venerdì 1 aprile 2016

Il Sentiero dei Tarocchi. Comprendere se stessi e la nostra relazione con il mondo attraverso 78 porte magiche.


A cura di Cecilia Lattari e Francesca Matteoni

8  Lezioni da mercoledì 6 aprile a mercoledì 1 giugno.
Presso Santomoro (Pistoia). 
Massimo partecipanti: 10 persone.
Indispensabile prenotare.
Costo complessivo: 150 euro.
Orario: 21-23/23.30

Prima parte a cura di Cecilia e Francesca

Mercoledì 6 aprile - Arcani Maggiori
Mercoledì 13 aprile - Arcani Minori
Mercoledì 20 aprile - Come tenere un diario sui tarocchi
Mercoledì 27 aprile – Metodi di lettura

Seconda parte

Mercoledì 4 maggio Tarocchi e Incantesimi (Francesca)
Mercoledì 11 maggio Tarocchi e Erbe (Cecilia)
Mercoledì 25 maggio Carte Amuleto (Cecilia)
Mercoledì 1 giugno Tarocchi e Oracoli (Francesca)

Descrizione

Lavorare con i tarocchi è un modo di esplorare il mondo e noi stesse attraverso simboli e immagini che ci colpiscono di volta in volta per la loro strana familiarità o per le inquietudini e le piccole verità sepolte che sanno riportare a galla. Significa divenire insieme il Mago e la Sacerdotessa della nostra vita, apprezzare perfino il crollo della Torre come di tutte le nostre convinzioni e riconoscere la buona Stella che ci accompagna. Abbiamo pensato a un percorso intuitivo e di scoperta di sé che parta dai 78 glifi per raggiungere la voce e la saggezza delle erbe che crescono accanto a noi o svelare la magia nascosta in ognuno, creando un incantesimo personale. Chiunque è il benvenuto e non è richiesta nessuna conoscenza pregressa – solo un po’ di curiosità!

Cecilia Lattari è erborista, laureata all’università di Bologna, ed attrice, diplomata alla Scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone. Parla con le piante (e a volte le rispondono) e non esce mai di casa senza un mazzo di Tarocchi in borsa. Vive sulle montagne pistoiesi con il suo uomo, tre cani e un orto disordinato. E’ alchimista del benessere, il suo sito è www.cecilialattari.com

Francesca Matteoni è poetessa, scrittrice, ricercatrice in storia moderna e folklore. Ha vissuto molto in Inghilterra, dove ogni tanto va a ricaricarsi. Racconta fiabe e insegna corsi di storia e filosofia rinascimentale presso le università americane di Firenze. Colleziona tutto e vive con i suoi gatti sulle colline pistoiesi. Questo è il suo ripostiglio: http://orso-polare.blogspot.com

lunedì 28 marzo 2016

Un paese lontano come la salute *

(questo mio scritto è apparso sul primo numero cartaceo de Lo Snodo, rivista di Arci Pistoia, pubblicato a marzo).

Janet Frame, a Londra, lungo il Tamigi, direi
Sono da sempre convinta che ci avviciniamo a certe storie quando ne abbiamo bisogno. Allora funzionano come specchi che rimandano la più inusuale delle immagini – un volto, una forma di salvezza che ci corrisponde. Tra i molti libri per cui questo è vero, penso alle opere di Janet Frame, scrittrice neozelandese che grazie al suo talento evitò la lobotomia. Alla soglia dei trent’anni era sopravvissuta a una diagnosi errata di schizofrenia, all’internamento in una struttura manicomiale e a centinaia di elettroshock. Nei suoi racconti un immaginario fiabesco dà voce e dignità agli eventi tragici della sua vicenda, che è infine quella di un essere umano sincero fino al punto di essere ritenuto folle, i cui comportamenti si allontanano da quanto si ritiene comunemente accettabile, la cui fragilità è troppo esposta, i cui traumi e i precoci lutti familiari non sono né rimossi né nascosti, la cui timidezza impedisce la comunicazione con gli adulti, non affatto riconosciuti come simili. Ma le parole gridano quando l’oppresso in noi è così poderoso da renderci la pelle trasparente, risplendere e spaventare gli altri. Per questo a volte non si possono dire e occorre scriverle, occorre un altro mondo, un paese lontano in cui viaggiare e trovare il reale, non esserne sconfitti, diventarne parte. Da bambina la Frame aveva scritto in un diario: “loro credono che diventerò un’insegnante, ma io diventerò un poeta”. Quanto inappropriata come professione e per una donna negli Anni Trenta, poi! Eppure fu proprio questa vocazione, accolta e difesa, che dopo averle provocato l’esilio le fornì il riscatto.
Dicono i versi di Rainer Maria Rilke da cui Un angelo alla mia tavola, il romanzo autobiografico, prende il titolo:

Resta dove sei, non ti muovere 

Se all'improvviso un angelo si siede alla tua tavola 
Cancella piano le poche grinze 
Della tovaglia sotto il tuo pane. 


Offri i tuoi pochi bocconi
così che lui possa assaggiarli
e portare alle sue labbra pure
un semplice bicchiere di tutti i tuoi giorni.

L’angelo che arriva inatteso è, nel caso della Frame, l’arte poetica, la vera vita che già per Virginia Woolf risiedeva solo in quanto evocato dalla scrittura; ma più profondamente e in modo universale, l’angelo, che non tutti riconoscono, è l’essenza, quell’autenticità che fino alla fine si manifesta, fino alla fine mette in atto il processo di conoscenza di sé. Ci vuole audacia per stare sull’orlo di un pozzo, guardare dentro sbilanciandosi, portare fuori nella terra dei vivi l’esperienza che risiede laggiù, il buio che misura la luce. Forse la follia non è che questo: una perdita di equilibrio, una caduta là dentro. Ma mi chiedo se chi nemmeno getta un’occhiata sia davvero più sano.  Prendi la penna e impara a guardare, scriveva Amelia Rosselli, il più grande poeta del secondo novecento italiano, che per la sua follia morì suicida. Oppure prendi la scrittura e usala perché anche i muti parlino.

Nel mese di dicembre ho condotto insieme ad Azzurra D’Agostino, poeta di Porretta Terme, un laboratorio di poesia in un centro territoriale cui fanno capo alcune case famiglia della provincia di Oristano. Il gruppo con cui abbiamo lavorato era composto di circa venti persone fra operatori e degenti psichiatrici di età compresa fra i venti e i cinquant’anni,  individui la cui condizione li relega ai margini delle logiche sociali più in voga. Ciò che diviene molto chiaro in questa situazione è che non si ha nulla da insegnare, si porge solo uno strumento, una possibilità a un altro individuo di esporsi con coraggio. Noi non sappiamo le loro storie. Ma nel semplice gesto dello scrivere una poesia in sardo, un verso sul mare o su un animale amato, nasce la fiducia che ci sia qualcuno dall’altra parte capace di ascoltare, qualcuno che vuole vedere come sia in fondo una linea arbitraria quella che circoscrive la norma, e come talvolta chi non ha paura – perfino di crollare – sia chi resta sotto, chi chiede nel silenzio, chi con la sua nudità non è affatto migliore, ma disarma, ribalta in un attimo ogni idea sull’utile e il disutile. Ho pensato a Janet Frame che poté scrivere e quindi fu salva. All’affidarsi a qualcosa o qualcuno che ci dia voce in un gesto davvero fraterno. Alle frontiere effimere che non ci mettono al sicuro, alla grande paura che ci intima di vedere come siamo – per dirla con il poeta romagnolo Nino Pedretti, La paura, la paura che viene/ ma il cuore la tiene/come gli occhi dove passa la luna.  Una luna di invenzioni e inganni, che vaga sui normali e sui pazzi, ci fa tutti minuscoli, uguali. 


* Il titolo è tratto da un verso di Tulipani, una poesia di Sylvia Plath.

Riferimenti bibliografici

Janet Frame, Un angelo alla mia tavola, Torino: Einaudi, 1997
Nino Pedretti, Al Vòusi e altre poesie in dialetto romagnolo, Torino: Einaudi, 2007
Sylvia Plath, Opere, Milano: Mondadori, 2002
Amelia Rosselli, L’opera poetica, Milano: Mondadori, 2012
L’ultimo libro di Azzurra D’Agostino è Quando piove ho visto le rane, Livorno: “Premio Ciampi”, Valigie Rosse 2015.

L’ultima pubblicazione dove sono presenti poesie per bambini di Azzurra D’Agostino e Francesca Matteoni è l’antologia Scacciapensieri. Poesia che colora i giorni neri, Mille Gru, 2015.

sabato 19 marzo 2016

La necessità dell'essere adulti. Recensione a Tutti gli altri

Riprendo e pubblico una bella recensione al mio romanzo, apparsa sul numero corrente (marzo 2016) della rivista Le Voci della Luna. Grazie!



di Anna Franceschini


Il romanzo di Francesca Matteoni, Tutti gli altri (Tunué 2014 ) inizia nel punto esatto in cui nasce l’immaginazione: l’infanzia, l’adolescenza, l’età che si appresta a diventare matura, quella più pregna di realtà, che subisce gli eventi che non lasciano scampo. È questo il raccordo con il significato ultimo di noi stessi e della nostra storia: il passaggio dal mondo concreto al pensiero immaginifico costellato di figure rassicuranti e terrorizzanti che saranno la base dei nostri sogni futuri, e dei significati che daremo alle esperienze. L’io narrante è consapevole e presente alla propria storia. Ne ha scandagliato ogni falla, ha archiviato immagini e pensieri, ogni ostacolo del percorso lo ha perlustrato con perizia, l’ha coltivato e ce lo rende con ordine e senso, quella necessità di senso dell’età matura, per cui vivere diventa un compromesso con la vita stessa.

Una fiaba ci conduce alla storia dei ricordi e ci invita a una sorta di rassegnazione di fronte agli avvenimenti: è Pinocchio, in un racconto dell’autrice bambina, che introduce un mondo che d’ora in poi, dall’attimo in cui possiamo capire, non avrà più né capo né coda o sarà rovesciato e lontano da ciò che avremmo desiderato.

La fiaba funge da avvertimento, non è una lezione di vita, non insegna; illustra, piuttosto, metaforicamente ciò che più da vicino, in seguito, avrà risvolti dolorosi e creerà conflitti. Possiamo dormire pacifici: non ci resta che aspettare, perché tutto avverrà.

Il romanzo sembra scaturire da una fiaba, da un racconto raccontato che ci si racconta, è un intreccio di personaggi che camminano su una traccia fantastica, si avvicinano al mito e toccano la cruda realtà. Si tratta di passaggi repentini, collegamenti inusuali tra mondi diversi che appartengono alla mappa esistenziale reale-fantastica del vissuto:

“Mia nonna, in quella terra del mare, era la sapienza che esistevo da un’altra parte cui dovevo far ritorno, e forse in questo la sapienza che esistono altre vite in cui possiamo nasconderci; era la sorpresa di una radice che manda un segnale alla chioma.” (p. 13)

Nel brano citato, la nonna appare ferma nel tempo, appartiene a uno strato di esistenza non manipolabile, al quale è necessario tornare per dipanare il filo. È un residuo di fede, un mondo premonitore che conosce i nostri passi e sa dove arriveremo. La donna sembra, dunque, una stratificazione buona del sé, che ci protegge conservando e contenendoci.

Ogni capitolo dell’opera, inoltre, porta un titolo che richiama un personaggio simbolo a cui bisogna far riferimento per arrivare a un significato complessivo, come nell’arte divinatoria dei tarocchi, in cui le carte, rappresentazione di un dilemma nella composizione che assumono sulla tavola, arrivano in un secondo momento, attraverso l’interpretazione, a unire segni, immagini e figure in una rappresentazione di ordine sapiente.

Ne Il castello dei destini incrociati, per fare un parallelo, Calvino gioca con le carte come se appartenessero ad una macchina narrativa: ogni carta rappresenta un’immagine in un tessuto complesso frutto di libere interpretazioni e associazioni da cui far nascere una storia plausibile. Anche Francesca Matteoni sembra utilizzare questo complesso sistema combinatorio, privato, però, dell’aspetto ludico-letterario: è come se le carte fossero Pinocchio, Medusa, Mangiafuoco, Alce e nomi di amicizie, figure imprescindibili dalla vita stessa dell’autrice - che ne hanno formato la persona - distese su una mappa cerebrale e sentimentale e affiancate l’una all’altra. Pronte per essere interpretate, queste “carte” partecipano agli eventi, alle persone, ai luoghi, ordinate fino a fare una storia che non è un racconto immaginario qualsiasi, ma l’impronta di una vita, di una verità incresciosa che appartiene all’autrice come il suo stesso corpo. Del resto la stessa Matteoni scrive:

“Mentre vivi che cosa sai, riconosci appena che il mondo intorno a te non è te, che gli altri non vedono come te, e finché non muori la tua diversità è il corpo in cui t’inceppi.” (p. 15)

Tutti gli altri sembrano, dunque, coloro che appartengono al mondo che non è quello della protagonista delle vicende narrate: un mondo conforme, a tratti crudele, menzognero e scaltro. Gli altri sono le interpretazioni fuorvianti e insensibili, l’insensatezza e il pregiudizio, il magma esterno nell’attraversamento difficile di una sensibilità altra che spinge per trovare l’accettazione e scalpita per ritornare al proprio rifugio incomprensibile. Ma vero.

Le regole sociali, i doveri, gli obblighi, i ruoli si contrappongono a vicende che non trovano posizione, a piani di significato in cui riporsi pacificamente: esperienze che scricchiolano, smuovono sentimenti che creano opposizioni. Riuscire ad attraversare tutto ciò diviene, così, sinonimo di resistenza e comprensione.

Il corpo è il fine ultimo, il centro assoluto di questa esistenza circolare governata dall’occhio premonitore dell’io narrante, ormai parte dei due mondi avversi che non smetteranno mai di contrapposi ma, al contrario, troveranno la possibilità di comunicare attraverso la scrittura. La morte si rivela nel corpo, nelle deformità, nei segni che lo contraddistinguono: è concreta e certa; è una linea di demarcazione che segna con una crudeltà giusta il punto in cui ci si deve fermare. L’autrice parla di questi segni netti, limiti che si susseguono e tagliano la storia in maniera drammatica: la perdita degli affetti a lei più cari. La morte diviene una ricerca del sé, una memoria fissa che ci racchiude:

“Una partenza. Un ritorno. La consapevolezza indicibile che ovunque noi possiamo andare, qualsiasi ferita inferta e subita o ambizione, sogno di grandezza ci vaghi per la mente, c’è una memoria che resta fissa, non ha fretta, ci attende sul limite delle cose e le ricompone, come se mai ci fossimo dispersi.” (p. 73)

In uno dei capitoli conclusivi del romanzo, si racconta dell’incontro con un alce e della meraviglia, nonché del senso di sospensione, suscitata da questo evento, come se in un attimo fosse possibile toccare un mondo sconosciuto e misterioso che si concede a noi. Si tratta di un momento di autenticità e pienezza che ricorda, vagamente, Canto alla durata di Peter Handke, poemetto nel quale l’autore ricerca, attraverso la scrittura poetica, questi momenti catartici. La durata, dunque, si presenta come quell’unico attimo di piena coscienza avvertito in un istante nel nostro destino. Quello stesso destino che, invece, ci inganna, lasciandoci credere di essere in balìa degli eventi.

La durata è, infine, il momento in cui si ha la percezione che esista armonia tra le cose che sono, come natura e civiltà nell’incontro tra l’alce e l’autrice in Tutti gli altri. È quell’attimo che segna l’unione ritrovata tra più periodi della propria esistenza, dall’infanzia all’età matura fino alla vecchiaia, immaginata, e alla fine.

La scrittura è, d’altra parte, il punto di arrivo di un lungo e impervio percorso di ricerca e affondo nel dolore allo scopo di trovare la capacità di sentire intimamente, con la stessa forza che richiede la capacità di scrivere:

“Dentro i segni stanno sillabe e parole intere, frasi. Le sento farsi solide, tridimensionali, affollarsi per uscire nell’inchiostro, ma la mia mano non è mai troppo salda per reggere l’impatto: trema, preme forte sulla carta, s’inceppa. Mia madre è colei da cui vengono le parole, come un flusso iridescente fino al centro della testa.” (p. 99)

È dunque, per concludere, il rapporto pacificato con la madre che, in sogno, aiuta l’autrice a salire su una nuvola. È la protezione connaturata e necessaria dell’essere adulti, quella chiusura protettiva sui propri ideali e sugli eventi vissuti che permette la riuscita di un’esistenza piena.

lunedì 14 marzo 2016

Da una finestra - appunti sui piccoli paesi


All'inizio di marzo io Azzurra D'Agostino, la sua bambina, Bianca, e Ambrogina che è preziosissima e pensa a Bianca quando noi non ci siamo, abbiamo fatto ritorno a Seneghe, il paese sardo dove ogni settembre c'è il Cabudanne de Sos Poetas, per concludere un laboratorio di scrittura poetica con gli ospiti di alcune case famiglia della provincia di Oristano. Qui ci accoglie e ci nutre Mattea, fata e strega come noi. Abbiamo iniziato il lavoro a dicembre, con un primo appuntamento, poi, tramite facebook, siamo rimasti in contatto, dando loro esercizi e consigliando letture. Tutto il lavoro finirà proprio a settembre quando presenteremo il libro su questa faticosa e straordinaria esperienza. Faticosa perché non esiste - e per fortuna - un vero confine fra chi insegna e chi si espone in questi esercizi: tutti siamo parte del linguaggio della poesia, tutti impariamo insieme a guardare di nuovo cose che tendiamo a dare per scontato o a cui troppo spesso non si pensa più. Le nostre infanzie, le stagioni, gli animali, la lingua di appartenenza, gli oggetti quotidiani che si caricano di senso e di storie quando li facciamo parlare. Straordinaria per gli stessi motivi, per la generosità dei partecipanti, ospiti o operatori che fossero, per quella roba profonda e familiare che si chiama fragilità umana e ci riguarda tutti, nonostante i casi della vita, le traversie e tragedie, le sorprese, che va ascoltata, protetta. 
Tra gli esercizi da fare ne avevamo pensato uno sulla finestra. Scrivere poesie come guardando da una finestra, costretti quindi in un limite, ma proprio per questo - come con la siepe leopardiana - incoraggiati a conoscere i dettagli del paesaggio, immaginarne la voce, trasformarlo in qualcosa di intimo, personale. 

Una delle poesie con finestra che più amo è di Emily Dickinson (qui in versione originale). Ha in sé scoiattoli e ghiandaie, e per loro tramite il cielo che illumina la vista; è un'intuizione della ricchezza del mondo.  


Dalla Finestra ho per Scenario
Solo un Mare - con uno Stelo -
Se l'Uccello e il Contadino - lo ritengono un "Pino" -
Tale Opinione andrà bene - per loro -


Non ha Porto, né "Linea" - ma Ghiandaie -
Che interrompono la loro rotta verso il Cielo -
O uno Scoiattolo, la cui vertiginosa Penisola
Può essere più facile raggiungere - così -


Come Confini - la Terra nella parte inferiore -
E nella parte superiore - il Sole -
E il suo Commercio - se Commercio ha -
Di Spezie - lo deduco dagli Odori emanati -


Della sua Voce - che dire - quando il Vento ha dentro -
Può il Muto - definire il Divino?
La Definizione di Melodia - è -
Che non c'è Definizione -


Essa - suggerisce alla Fede -
Essi - suggeriscono alla Vista -
Quando quest'ultima - non ci sarà più
La incontrerò con la Convinzione di averla già incontrata
Quell'Immortalità -


Era il Pino alla Finestra un "Membro
della Regale" Infinità?
Le Intuizioni - sono le prefazioni di Dio -
Per essere consacrati - di conseguenza -



Serafino alla finestra, due estati fa
 I nostri giorni a Seneghe sono stati densissimi, con incontri a scuola, l'ospitalità di Mattea e della sua casa di donne, con noi e Ambrogina e Bianca che ancora non ha un anno, ma ha già capito come farsi intendere. E in più la gatta trovatella appena arrivata, Ciccia. 
Mattea che incarna una sorellanza, Mario che tiene le fila, Alessandra che ci guida in questa esperienza così difficile e importante nelle case famiglia, sono le figure di un'altra dimora, dove si può essere accolte - 4 donne dall'Appennino, da piccoli paesi a piccoli paesi in questo paese più grande, l'Italia, in cui poco riconoscersi. 
L'ultima sera abbiamo condotto un laboratorio di scrittura presso la sede di Perda Sonadora (Pietra Sonante).  Già con Mario, durante i mesi precedenti, avevano fatto esercizio e questo ha aiutato: c'erano curiosità e fiducia, perché la scrittura, unisce, manda via gli imbarazzi, mette in atto quel suo potere di vicinanza, anche quando si ha nel fondo paura di tutto e degli altri.

Forse davvero il punto resta la questione fondamentale del dove si abita e come, di come si ricordano i luoghi e se ne fa esperienza e piano piano si imparano nuovi confini fatti di affetti, invece che di geografia. Secondo me è quanto succede anche con il libro di Azzurra, Canti di un luogo abbandonato, che si può scaricare e leggere qui
Ora che siamo tornate nelle nostre abitazioni appenniniche, inizia lo scambio, la restituzione di quanto ci è stato donato, per varcare il meraviglioso quadro delle nostre finestre, camminare, sentire che ogni stelo o muro ha un volto, fa parte di un coro, e quando lo si scrive non si può mai essere davvero soli.